21 dicembre 2015

Follie agonistiche e (quale più quale meno) appassionanti tornei

Cartoline di stagione: 17° turno 2015-16

Felipe Melo show: 1. Il rigore
Lo sketch è frequente, e ribadisce la follia agonistica (e dunque e in definitiva l'ignoranza calcistica) di Felipe Melo, anima di (quasi) tutte le squadre in cui ha giocato. Temperamento rivoluzionario, scarpe grosse e cervello in pappa, forse male ossigenato, regala un rigore alla Lazio (che i suoi avevano fortunosamente ripreso) quando l'aereo per le vacanze ha già acceso i reattori. A fine campionato sarà interessante contare i punti che Felipe avrà impedito all'Inter di aggiungere alla classifica. Ammesso di vederlo ancora in campo. 

Felipe Melo show: 2. La mossa del cartellino rosso
Perde e malamente, in casa, l'Internazionale contro la Lazio, derelitta di punti e di morale ma non di potenziali qualità calcistiche. Malamente, giocando da cani, come altre volte (quasi sempre a dire il vero) ha giocato. Perde, e il gruppo di testa si ricompatta. Ma, nel gruppo, ora c'è anche la Juve. Visto che le sue idee non portavano a nulla (anzi), Allegri è tornato al modulo che i reduci conoscono e interpretano a memoria, quello di Conte. Difesa a tre; ambientamento di Mandzukic; esplosione di Dybala; rosa profonda anzi profondissima. Ingredienti bastanti e avanzanti per la Serie A, e soprattutto per assorbire gli effetti di una partenza lenta. Con qualche fatica (ma nemmeno troppa) Nostra Signora ha messo insieme 21 punti in 7 partite, e poiché la logica (la logica, già, che non è garanzia di nulla) dice che a marzo sarà fuori dalla CL, ecco che (logicamente, ça va sans dire) il campionato ha un padrone, al di là dei numeri, ed è sempre lo stesso padrone degli ultimi anni. Non ha spadroneggiato finora - tutt'altro - ma la logica dice che da gennaio inizierà a farlo.

Può rammaricarsi di non essere rientrato nel gruppo in fuga persino il Milan: avesse battuto tutte e tre le ultime in classifica starebbe insieme alla Roma, in piena (ancorché teorica) lotta per il primato e per le posizioni Champions. Può rammaricarsi, ma sempre la logica fa ritenere ovvio il suo ritardo. Il Milan ha i punti che merita, punto e a capo. 

Altrove si va in letargo. In Francia, dove il distacco tra la prima e la seconda (19 punti!) è superiore a quello tra la seconda e la terz'ultima (13 punti!). Campionato appassionante per tutti, esclusi coloro che l'hanno già vinto. Le cose vanno più o meno così anche in Bundesliga, ma la concorrenza è per il Bayern più consistente di quella surclassata dal PSG. Belle partite, però, negli stadi tedeschi. In Spagna ha riposato il Barça, volato in Giappone per l'esibizione universale del calcio inutile dove ha ovviamente spopolato e pure risparmiandosi abbastanza. I Blancos infieriscono sui poveri cugini del Rayo, andati avanti ma poi ridotti in nove uomini e seppelliti da dieci gol. Nessun entusiasmo per gli abbonati del Bernabéu. Anzi. "Goles no son amores", titolava ieri Marca

La Premier non si ferma, ma Mou è sceso dalla giostra. Dove andrà ad allenare? Tornerà a Madrid? Prenderà il posto di Van Gaal? Vedremo. Per ora godiamoci l'epopea del Leicester City, passato anche a Goodison Park. Non vincerà il torneo, ma ha già contribuito a renderlo appassionante, sottraendolo al destino di una guerriglia calcistica tra ricchi, cui il soldo non basta per allestire XI belli e irresistibili. E' la lezione sempiterna del calcio.

Mans

1 dicembre 2015

Espulsione c'è quando arbitro sventola cartellino rosso

Cartoline di stagione: 14° turno 2015-16

In dieci uomini si gioca meglio, disse un giorno Nils Liedholm, e quello che pareva essere un paradosso di circostanza divenne una delle sue frasi più celebri. Del resto, gli starà spiegando Boskov in qualche giardino del paradiso di Eupalla - dove i due (insieme ad altri) spesso si incontrano nel corso della passeggiata mattutina a far chiacchiere di pallone -, espulsione c'è quando arbitro sventola cartellino di colore rosso (variante di un'altra sua celebre massima).

Già uscito dalla linea laterale del campo,
tra un attimo Nagatomo tornerà
negli spogliatoi del San Paolo.
Già. Il big-match del San Paolo, il rendez-vous tra due XI che, finora, interpretavano le loro partite in modi così diversi da far dubitare che appartenessero allo stesso campionato, l'atteso partitone è finito, come spesso capita, con polemiche tipicamente 'latine', con la rabbia del Mancio per l'espulsione (a suo dire ingiusta: mezzo fallo e un rosso? assurdo) di uno dei giocatori peggiori tra quelli che ha in rosa: il giapponese Nagatomo. Il fattaccio accade agli sgoccioli del primo tempo, col Napule avanti di un gol, un Napule debordante a tratti, a tratti impreciso, visibilmente nervoso, ma attrezzato di un centravanti devastante - se mai l'aggettivo-participio presente può essere meritato da un protagonista della pedata contemporanea. Un Napule indiscutibilmente superiore, che gioca sempre di prima e in velocità (l'ormai solito, noto spartito di Sarri); la tensione, tuttavia va a discapito della precisione e dunque, costretta a difendere la sconfitta dall'alba della partita, l'Inter rientra negli spogliatoi con un solo gol sul groppone e un uomo in meno da ripresentare sul campo. 

Cioè in una situazione psicologicamente più che favorevole.

Già, non è un paradosso e si è visto. In quelle situazioni, le squadre forti - anzi, i giocatori veri, e dunque forti - non sono a disagio. Gli altri temono di avere già vinto ma purtroppo c'è ancora da correre giocare faticare, e non sanno più se attaccare, difendersi, tener palla. Si smarriscono nelle proprie inattese incertezze, perché non sanno bene come si comporterà l'avversario. Lo scacchiere è andato in pezzi. La partita a scacchi è finita, anzi è stata interrotta e ora ne inizia un'altra. L'Inter (che non ha un 'gioco' organizzato per attaccare coralmente) può affidarsi ai suoi incursori, uomini di talento, solisti, egoisti ma pericolosissimi. Specie quando e se non c'è nulla (più nulla) da perdere.
Higuain sfonda una seconda volta, sventrando letteralmente il cuore della granitica difesa nerazzurra. Gigantesco. Poi Ljajic, con un tiretto che riesce a passare senza deviazioni tra diverse paia di gambe, accorcia, ed ecco che la partita, per l'Inter, è in discesa ripidissima. Il Napoli ha le vertigini e l'ansia, mostra di non saper gestire la tensione, sbaglia tutto (passaggi, posizioni, tempi di gioco), non attacca e non difende, non pressa e non arretra. Si offre inerme all'Inter e a uno stadio terrorizzato. 

Per puro caso non finisce due a due. Due pali nelle ultime due azioni, ecco il bottino ospite. I sapientoni, finalmente, si azzardano ad affermare che l'Inter "è da scudetto". Ma è stata una partita 'sui generis', probabilmente irripetibile. 

Restano i dati. Contro la prima e la terza in classifica, il Mancio (ora secondo) ha fatto zero punti. 

Intanto, da dietro, il rombo del diesel bianconero è sempre più vicino e preoccupante. La Roma si va sfaldando more solito, se non cambia guida adesso rischia di uscire da tutte le giostre. Il Milan è in officina, Sinisa sta cercando di assemblare il suo prototipo con quel che ha, e a San Siro sabato sera la gente è tornata a divertirsi. Non accadeva da anni.
Non accadeva da anni, già. Il nostro campionato, quest'anno, è forse il più divertente d'Europa.

Mans

23 novembre 2015

Col senno di poi

In ripa Arni

Ieri sera Paulo Sousa si è presentato in sala stampa scuro in volto e decisamente meno filosofico del solito. Il pareggio con l'Empoli gli ha lasciato l'amaro in bocca. E ha ragione. Se la Fiorentina avesse perso la gara casalinga contro i cugini allora altro che scudetto. Avrebbe dovuto salutare anche le ambizioni da terzo posto. Perché quelle sono le partite che decidono una stagione, quelle sono le partite che le grandi squadre vincono sempre. 

L'Empoli è entrato in campo come chi sta per giocarsi la partita della vita, quella che conta più delle altre. Ha impostato la gara sulla corsa, sul pressing. I giocatori di Giampaolo erano un moto perpetuo, ma mai confusionario. Sapevano perfettamente cosa fare in ogni zona del campo. E questo perché l'Empoli è una piccola grande squadra, non è il Frosinone né il Carpi, le quali sono entrambe belle realtà del nostro movimento calcistico, ma hanno centrato la massima serie come chi si è guadagnato un viaggio in prima classe e aspetta solo di tornare a comprarsi il biglietto di seconda. Glielo auguro di cuore, ma non credo che si salveranno. L'Empoli è una società organizzata che fa capolino in serie A regolarmente. Rappresenta una piccola realtà urbana, ma calcisticamente è molto di più. Per queste ragioni, insieme alla preparazione di un tecnico sempre con la schiena dritta come Giampaolo,  la Fiorentina e Paulo Sousa avrebbero dovuto affrontare diversamente la partita di ieri. La Fiorentina non ha due squadre da scudetto, ma nemmeno una e mezzo. Se giocano i titolari allora i viola possono vincere contro chiunque quest'anno, altrimenti si fa dura. E si fa dura in tutti i reparti.

La difesa è quello più collaudato. Tomovic può sostituire Roncaglia senza che la solidità difensiva ne risenta troppo a patto che dietro si giochi a tre e che su quella fascia, la destra, ci sia un esterno vero, non Rebic. Il povero ragazzotto croato ce la mette tutta per compiacere il mister, ma è una seconda punta e basta, non ha le caratteristiche per giocare in quel ruolo. Sousa non è uno sprovveduto e credo lo schieri da quella parte, sottoponendolo a uno stress fisico imponente, consapevolmente, per farlo crescere. È lo stesso motivo per cui schiera a sinistra Bernardeschi il quale è un trequartista puro. Sono ragazzi giovani e devono maturare per diventare campioni. Ma se Bernardeschi ha la struttura fisica (e un talento nettamente superiore a Rebic) per coprire anche un ruolo non suo, il croato non può farcela e gli esperimenti condotti fin qui da Sousa lo dimostrano. A centrocampo Mati Fernandez e Mario Suarez non riescono a dare il contributo che da loro ci si aspetta. Tutti dicono che il cileno sia potenzialmente fenomenale, ma non è più tempo per le potenzialità. La Fiorentina, complice un calendario favorevole, si trova a lottare per le primissime posizioni. Non si può azzardare più niente a questo punto della stagione. Fernandez non incide, trotta, gira su se stesso, porta palla per dieci metri e arretra di quindici, non azzecca una verticalizzazione, non tira in porta e quando ci prova la palla finisce oltre le curve. Può fare il tredicesimo quando le partite si mettono bene, niente di più. Suarez è un enigma. Solo lo scorso anno giocava nella squadra vice campione d'Europa e campione di Spagna. Non era un titolare inamovibile per Simeone, ma non si può pensare che sia un bluff. Forse non ha assimilato i movimenti della squadra o forse non ha nella sua struttura il tipo di gioco tutto pressing e verticalizzazioni di Sousa. Il fatto è che anche lui, a questo punto della stagione e con questa classifica è un lusso che la Fiorentina non può permettersi. A questo punto della stagione Badelj deve giocare sempre. Accanto a Vecino e con Borja Valero più avanzato, rappresenta il metronomo della Viola. Solo per questo non si è ancora sentita la mancanza di Pizzarro.

Kalinic torna a centrocampo, pallone sotto braccio,
dopo aver segnato il gol del definitivo 2-2 contro l'Empoli
Capitolo attacco: la Viola non può non far giocare sempre Kalinic.  È in stato di grazia. Segna sempre e se non segna fa segnare. Apre spazi, si muove costantemente, ha fisico e ora ha iniziato anche a centrare la porta con regolarità.  È l'Higuain della Fiorentina e deve essere sempre in campo. Babacar è, purtroppo, un'altra scommessa persa. Il giovane attaccante viola ha talento e fisico, ma non ha movimenti ed è caratterialmente inadatto a questa squadra. Se il pallone gli capita fra i piedi sa tirare, può saltare un uomo, centra la porta anche da lontano, ma non è questo ciò di cui la Fiorentina di Sousa ha bisogno. Non rientra, non pressa, non si muove senza palla. È perennemente svagato. Sarebbe un ottimo attaccante per le partitelle in piazza delle scuole nelle calde giornate d'estate fra amici. In serie A serve altro e se a questo punto non lo ha capito, è meglio lasciarlo riposare, soprattutto mentalmente, così da poterlo utilizzare quando, nei pantani invernali, servirà l'ariete per i complicati finali di partita che, certamente, verranno. Altra storia è Pepito Rossi. Siamo sicuri che il ragazzo non abbia bisogno di giocare di più? Ma su questo ci fidiamo di Sousa che lo vede tutti i giorni e sa, meglio di noi, quanto sia importante averlo al massimo.

In definitiva la gara di ieri ha palesato quanto sia rischioso adottare un turnover così spinto in una squadra che non ha la rosa per poterlo fare o almeno non ce l'ha per poterlo fare sempre indipendentemente dall'avversario. Altre volte è andata bene, ma si giocava contro squadre più deboli e meno organizzate. Ma queste sono le considerazioni fatte col senno di poi. Sousa fin qui ha sbagliato pochissimo. Si è guadagnato un credito notevole ed è giusto così. D'ora in avanti però bisogna tenersi aggrappati a questa classifica coi denti. Consapevoli di non essere la squadra più forte.
Ora sotto con il Basilea. Serve ripartire subito, ma stavolta dal primo minuto e senza più esperimenti.


Cibali

22 novembre 2015

Ah, don Andrés ...

Cartoline di stagione: 13° turno 2015-16

Un sabato di grande partite riaccoglie il football nell'Europa intimidita e quasi militarizzata. Ovunque si esegue la Marseillaise; al Bernabéu una versione più soft, per solo pianoforte, ne fa apprezzare la melodia ma acuisce la tristezza. 

Don Andrés: alla fine il Bernabéu sarà costretto agli applausi per lui
Non so se anche all'Etihad è andata allo stesso modo: vero è che Citizens e Blancos sono stati letteralmente spazzati via dai loro avversari di giornata. I Reds sembrano destinati a rivivere, è iniziata l'era Klopp. I Blancos sono orfani di tutto, sono un branco di pedatori che ha scordato totalmente cosa sia un gioco di squadra, una tattica, una strategia, una copertura del campo, il pressing, tutto. La facilità con cui don Andrés ha guidato la razzìa del Bernabéu ha pochi precedenti, ma dai tempi di Cruijff in poi si ricordano solo molte lezioni di football impartite dal Barça, quasi nessuna dal Real. Quella di ieri, se vogliamo, vale anche di più, un quattro a zero senza attenuanti (senza pali, sfortune, rigori negati), nonostante le legnate (Ramos si becca un cartellino solo al quinto intervento spaccacaviglie), nonostante l'assenza del leader tecnico, nonostante gli anni che passano ma non ancora per don Andrés Iniesta, uno dei tanti che il pallone d'oro l'avrebbero strameritato e ai quali è stato negato da coloro che del calcio vorrebbero essere la rovina (i Blatter, la Fifa, gli sponsor arabi), ma cui il calcio, per sua forza intrinseca, inevitabilmente sopravviverà. Quattro a zero, dunque, e per Benitez inizieranno mesi (o settimane) di passione. Dopo il licenziamento di Carletto (l'unico capace negli ultimi dieci anni caratterizzati dall'egemonia catalana di farsi apprezzare da uno spogliatoio - per così dire - difficile, di costruire - faticosamente - un'identità alla squadra, e infine di vincere qualcosa di importante) non era difficile prevedere che sarebbe andata così. 

E' finito da poco El Clásico, e nello Stadium inizia il partitone italiano. Juve-Milan, chi perde si perde, e si rassegni a una stagione da comprimario - dicono (a una stagione da protagonista del Milan nessuno credo abbia seriamente creduto). Il primo tempo è sconfortante. La quantità di errori tecnici è impressionante, passaggi di pochi metri sbagliati di metri, stop approssimativi. La tipica partita da oratorio. Da Madrid a Torino, ma è stato come passare dagli Uffizi al Museo parrocchiale di San Martino Siccomario (con tutto il rispetto). La Juve cerca di fare qualcosa, sa cosa deve fare ma non ci riesce, o ci riesce a tratti. Il Milan fa quel che può, non ha altre risorse e non ha giocatori intorno a cui costruire una nuova fisionomia di squadra. Poi, nel secondo tempo, uno sprazzo di qualità risolve la partita a favore (giustamente) dei bianconeri. E il campionato 'di vertice' del Milan, se mai era davvero iniziato, finisce lì.

Alla prossima.

Mans

26 ottobre 2015

Il finalizzatore

Cartoline di stagione: 10° turno 2015-16

Mentre la Bundesliga è signoreggiata senza pietà dal Pep, in Inghilterra nessuna nave ha voglia di prendere il largo. Brutto derby a Manchester, ed ennesima orrida prestazione (tecnica e nervosa) del Chelsea (l'unico a dare spettacolo è Mou, bisogna ammetterlo: ma lo fa solo quando perde, e ultimamente capita spesso), a Upton Park. E se fosse l'anno dei Gunners? Prima o poi ... Ancora interlocutoria ed equilibrata la stagione spagnola, che quando non gioca Leo si intristisce. 

E' lui, Kalidou Koulibaly, l'homo novus di Sarri
Possiamo quindi dedicarci alle cose di casa nostra, anche perché sembra che ci sia un campionato vivace, e visto che le pretendenti stanno venendo allo scoperto, così come le false candidature. Abbiamo osservato, tuttavia, solo l'Inter (a Palermo) e il Napoli (a Verona). Le impressioni ricavate dalle partite precedenti non ne sono risultate stravolte. Il Napoli è un XI di corsa e di qualità vigorose, che ha corretto magnificamente le lacune delle ultime due stagioni e rimesso a lucido alcuni uomini (il centrale senegalese anzitutto, che ha lasciato per strada una quindicina di chili di troppo, quelli che evidentemente lo facevano apparire troppo lento e macchinoso per una squadra di vertice); gioca a due tocchi, nessuno (a parte gli attaccanti dotati) porta palla. Il Napoli ci piace, e ci piace più della Roma.

L'Inter, invece, sta tornando sulla terra, dopo l'orbita fuori controllo delle prime cinque partite (e i quindici punti, di cui dieci ampiamente immeritati). Il gioco mostrato finora è pessimo; ha recuperato muscolarità e solidità difensiva, ma non produce nulla (solo qualche estemporanea azione di contropiede) davanti. E infatti l'uomo messo sulla graticola dalla critica è Icardi, centravanti e bomber 'tipico'. Ma non gli arrivano palloni decenti, ed è il solito facile bersaglio di coloro che credono il football sia esercizio lineare. Non gli arrivano palloni perché gioca in un team pieno di 'atipici'; uno è abbastanza per qualunque squadra, figuriamoci tre o quattro. Mancini ha l'aria di uno che se ne infischia, ha i suoi esperimenti da fare e si diverte così. 

"Prendo la palla e parto. Dritto dritto, mi faccio settanta metri di corsa.
Poi tiro. Tiro in porta. Mica la passo, e no!"

Chiudo citando Ginone Bacci, vecchia pennaccia e linguaccia toscana, già operoso sulle pagine di Tuttosport ma di fede criptonerazzurra (nemmeno troppo cripto). Analizza lucidamente e ironicamente il calcio del nord dagli studi delle antenne locali, e Fredy Guarin è uno dei suoi 'soggetti' preferiti. Lo considera un grande finalizzatore. Già. Nel senso che, quando la palla arriva tra i suoi piedi, regolarmente, l'azione finisce ...

Next.

Mans

19 ottobre 2015

Vedi Napoli e poi... nasci

In Ripa Arni

"Vedi Napoli e poi muori" recita un modo di dire che celebra, assai giustamente, una delle città più belle e complicate d'Italia. Per chi, come il sottoscritto, ha indelebilmente legata la propria gestazione calcistica (da tifoso, s'intende) a quella città e al suo profeta per eccellenza: Maradona, Napoli-Fiorentina non è mai una partita come le altre. Per molti miei co-tifosi la gara dell'anno, quella su cui puntare ogni energia psico-fisica, ogni fisima esaltatoria, su cui scaricare ogni frustrazione extra-calcistica è la gara contro la Juventus. Non posso dire, in tutta onestà, che quella partita sia per me "normale". Non lo è e non lo sarà mai, ma la vera partita che rappresenta il mio amore per il calcio e per la Fiorentina è quella contro i Partenopei. Il marchio indelebile dell'immortale lirica pallonistica sull'anima contro la radice più profonda del tifo. L'innamoramento per il Dieguito de la gente contro l'ancestrale senso di appartenenza cittadino, il credo residuale dell'ultimo rito collettivo cui tutti, più o meno, apparteniamo. Mi sono avvicinato a questa partita come chi è orfano delle schiene su cui era marchiato a sangue il numero 10. D'altra parte se mancano sia Maradona sia Baggio, che Napoli-Fiorentina è? Alla fine è stata una bella partita, arbitrata bene dal livornese Banti e giocata anche meglio dai due allenatori, entrambi più bravi della media di chi siede sulle panchine della serie A.

La Fiorentina si è avvicinata a questa partita con la serenità di chi è lassù a dispetto dei santi. Nessuno chiedeva ai ragazzi di Sousa, a inizio stagione, di vincere lo scudetto. La prima posizione, meritatissima, è un regalo che i Viola hanno fatto a se stessi e alla città. Basta così. Se dura bene, altrimenti andrà bene lo stesso. Gli investimenti del Napoli invece sono stati ben altri e ben altre sono, di conseguenza, le aspettative della sua gente e della sua società. Insomma, la pressione ieri era tutta sugli uomini di Sarri. Nel primo tempo lo si è visto anche troppo bene. Fiorentina sontuosa, magnifica nel far girare palla: "la Fiorentina è la squadra più forte del campionato a ritmi bassi", ha commentato Sarri a fine gara. E ha perfettamente ragione. I Viola hanno fatto per 45' la partita che volevano al cospetto di un Napoli sorpreso e impaurito. Geniale la mossa di Sousa di schierare Bernardeschi, quando il Napoli si aspettava chiaramente Ilicic dietro a Kalinic, lasciando spazio di manovra a Valero che prendeva palla davanti alla difesa e la portava nell'area avversaria col filtro di Vecino (sempre più una certezza) e Badelj (vero simbolo dei ritmi bassi di cui sopra). 

Lorenzo Insigne esulta dopo lo splendido gol
con cui porta in vantaggio il Napoli
Nella ripresa appare, risorto, il Lorenzo infortunato della Nazionale. Splendido il movimento a uccellare un disorientato Tomovic e altrettanto bella la conclusione di interno destro con cui ha superato Tatarusanu. Ma la Fiorentina non ci sta e, in casa di una vera candidata allo scudetto, riprende a fare la partita. Entra Ilicic e mette un pallone al bacio per il "quasi" miglior centravanti della serie A, Kalinic, il quale di esterno destro prende in controtempo Reina e segna un gol favoloso. 


Nikola Kalinic guarda al cielo dopo aver pareggiato
i conti con uno splendido gol
Peccato che Ilicic si faccia ingenuamente rubare palla dal miglior centravanti della serie A (lui si che lo è), Higuain, il quale scambia con Mertens e in corsa brucia Tatarusanu: 2-1. La Viola non accetta la sconfitta e si butta all'assedio della difesa napoletana,  la quale regge bene e porta a casa la vittoria. Le vittorie sono sempre meritate così come lo sono, evidentemente, le sconfitte. Ma ci sono vittorie e vittorie, quindi ci sono sconfitte e sconfitte. Quella di ieri è una sconfitta nata da errori individuali pesanti: il mancato movimento, quelli bravi direbbero diagonale, di Tomovic a inseguire Insigne e l'errato controllo in mezzo al campo di Ilicic. Capita. E se capita su un campo come quello di Napoli, dopo una partita giocata sempre alla pari, allora va bene.

El Pipita Higuain esulta: ha messo il sigillo finale sulla vittoria


La Fiorentina non deve vincere lo scudetto e non lo vincerà. Ma farà un campionato di vertice. Tutti, da ieri, hanno capito che per battere questa squadra dovranno giocare al massimo e non sbagliare niente. A volte, dopo aver visto Napoli, si nasce.

Cibali

5 ottobre 2015

Bicchieri mezzi pieni e bicchieri completamente vuoti

Cartoline di stagione: 8° turno 2015-16

Poche cose davvero notevoli in questo week-end e poche annotazioni ad memoriam. Fa rumore la seconda presa di San Siro (con goleada) in sette giorni. Trasferte con pic-nic per le comitive di Sousa e Sarri. Ma i punti in classifica determinano l'umore dei tifosi (ovvio) e fanno buona stampa (meno ovvio). Dunque, l'Inter fa un punto in due partite (travolto dalla Viola al Meazza -  partita "che non ha fatto testo" -, concede alla Samp una quantità impressionante di situazioni da gol in azioni di contropiede prima di strappare un pareggio), ma resta seconda in classifica e dunque il bicchiere è mezzo pieno. Il bicchiere del Milan è invece totalmente vuoto, e non c'è bisogno di spiegare perché. 

Immagine datata, ma sempre attuale

L'Inter ha un reparto di mezzo cingolato ma lento. Davanti, parecchi solisti (i vari slavi) e un grande finalizzatore (l'argentino). Otto gol segnati e sei subiti in sette partite sono uno score da media classifica (sesto-nono posto), e questa pare la dimensione (reale e attuale) dell'Inter; ha almeno sei-sette punti in più di quelli che meriterebbe, conseguendo vittorie mai limpide solo con le cenerentole della Serie A (cugini compresi). Dopo la sosta - momento sempre delicato - ospiterà la Juve, e lì capiremo molto di come sarà la stagione delle due. 

Il Milan ha già rimesso nel baule ogni ambizione, e può starsene chiuso in camera a meditare sui propri errori - innumerevoli. I milanisti devono invece sperare che la dirigenza non faccia colpi di mano, decidendo di sollevare l'allenatore: la squadra rischierebbe un precipizio senza rimedio. Potrà restare a galla solo tirando fuori gli attributi (se ci sono), lottando da provinciale. Come altre volte, in passato, è già successo.

Quelle che giocano in Europa sembrano le più forti, e sono cinque. Le cinque che potrebbero trovarsi nelle prime cinque posizioni a fine stagione. Sorprendenti performance di gioco da parte di Fiorentina e Napoli; ancora parzialmente inespresse Roma e Juventus; in ripresa la Lazio. Speriamo l'equilibrio perduri.

Equilibri precari anche altrove. Il Siviglia bastonato dalla Juve bastona il Barça che aveva bastonato la Juve qualche mese fa. L'Arsenal infinocchiato dai greci ci mette pochi minuti a stendere lo United - l'Arsenal è capace di queste imprese. Il City passa dalla depressione all'esaltazione in pochi giorni, ma c'è voluto il Newcastle per divertire quelli che frequentano l'Etihad. Invece, quelli che credevano in un new deal a Dortmund si sono visti improvvisamente di fronte la sagoma gigantesca del Bayern. In Germania anche quest'anno sarà una bella lotta: per il secondo posto. 
E forse anche in Europa.

Di pura prepotenza: cinque a uno
Alla prossima.

Mans

1 ottobre 2015

Gli staffettisti giallorossi e l'ingordigia di Lara Croft

Fettine di Coppa: fase a gironi (2° turno)

Come già il primo, anche il secondo turno dei campionatini di CL è stato discretamente godibile. Il divertimento, del resto, è proporzionale all'incertezza delle partite - e sono state quasi tutte incerte, alcune ribaltate, altre quasi -, e di conseguenza a quella delle classifiche nei singoli gironi. Vi sono club che avevano prenotato o quasi un posto negli ottavi già prima di iniziare a giocare, e che ora dovranno sudare per conquistarlo.

I colori delle maglie del City e del Borussia
sono l'unica nota stonata di una bella partita

Le inglesi, per esempio. Tutte. Ieri - dopo il bagno di martedì - si sono salvate, sul filo di lana e rischiando l'osso del collo. E' un tema, è un tema attuale, è un trend, se continuerà occorreranno approfondite analisi da parte degli osservatori d'Oltremanica. Per ora, rileviamo solo come quel che spendono sul mercato le due di Manchester (soprattutto i Citizens: 135 mln di saldo negativo; solo 32 lo United) sia sufficiente per tenerle al vertice in Premier; non in Europa. Club di blasone minore sono in grado di tener loro agevolmente testa. Lo stesso vale anche per l'Arsenal, tendenzialmente meno 'spendaccione' (14 mln di saldo, negativo s'intende). Un XI esperto come quello dell'Olympiakos, dominante da anni nel campionato greco, sempre presente nella fase a gironi di CL, può tranquillamente pensare di fare la voce grossa all'Emirates e portare a casa i tre punti. Quanto al Chelsea (meno 23 mln sul mercato), un conto è giocare contro i cestisti del Maccabi, un altro vedersela con il Porto ...

Delle nostre, convincente e autorevole la Juve. Restituita al modulo-Conte - cioè al suo autentico imprinting epocale -, recupera Khedira e domina il Siviglia. Allegri farebbe bene a lasciare le cose come sono state per anni, non sarà lui a poter dare un'impronta alla squadra. Solo se non tocca nulla, le cose possono andare ancora bene per Nostra Signora. Se invece pretende di innovare, se vuole convincersi (e convincere) d'aver delle idee, di possedere un 'pensiero' calcistico, rischia la panca e quella credibilità che si è guadagnata negli anni senza meriti particolari. L'abbiamo già detto e (del resto) lo dicono tutti: Pirlo e Tevez non sono clonabili, ma Khedira (se sta bene) vale almeno quanto Vidal, e i nuovi (a iniziare da Dybala) sono bravi. Morata può solo migliorare. Pogba è indecifrabile, ma pazienza. La Juventus può vivere un anno di transizione, ma ha basi tecniche solidissime e un futuro ragionevolmente sereno.

Non inquadrato, il quartetto composto da Gervinho, Iturbe,
Salah e forse Florenzi
La Roma, dal canto suo, non passa là dove anche Napoleone Bonaparte non riuscì a sfondare, ma il modo è stato scandaloso. I regali fatti al Bate nessuno li restituirà. I tre velocisti schierati davanti sembrano buoni per allestire (con un altro elemento) una bella staffetta 4x100, non per giocare assieme al gioco del calcio. Sicché la faccenda si complica maledettamente, e già da ora un posto negli ottavi pare un miraggio. Si spera almeno in una qaulificazione, con buona e conseguente raccolta di punti-ranking, in Europa League.


Altri spiccioli. In Svezia, CR7 ha raggiunto e superato Raul. Ormai tenere il conto dei suoi gol è abbastanza difficile. E lui è sempre più ingordo. Sempre più ossessionato, anzi. Alcuni primi piani di ieri, successivi a sue conclusioni abilmente sventate dal portiere degli svedesi, ne hanno rivelato dispetto, rabbia, insoddisfazione. La sua metamorfosi, nel corso del tempo, è stata strabiliante. Era un'ala - un attaccante esterno -, da giovane, ora è una macchina da gol. Eppure ... Eppure, se si confrontano i suoi sei anni all'UTD con i suoi sei al Real (dunque escludendo la stagione in corso) si nota una cosa. Cresce il suo palmarés di premi individuali, ma il bottino di squadra è tutto a favore dei Red Devils. A Manchester Lara Croft vinse (in sei anni) tre campionati, due coppe di lega, una FA Cup, una Champions e un mondiale per club; a Madrid un solo campionato, due coppe e una supercoppa di Spagna, una Champions e un mondiale per club. La forza 'storica' delle due squadre nei due cicli è certamente paragonabile. Cosicché, al servizio più di se stesso che della squadra non ha fatto vincere al Real più di quello che, probabilmente, avrebbe vinto anche senza di lui.

Alla prossima.

Mans

28 settembre 2015

Una strana e promettente stagione

Cartoline di stagione: 7° turno 2015-16

Quella in corso è davvero una strana, promettente stagione. Almeno in Italia e in Inghilterra, forse anche in Spagna. In Germania e in Francia, invece, tutto sembra destinato a ripetere la falsariga degli anni scorsi, con i due club dominanti (PSG e Bayern, ça va sans dire) già in buona traiettoria. Forse anche perché non hanno vissuto un'estate di grandi cambiamenti (Douglas Costa però, a Monaco, sta entusiasmando). Da seguire, in Ligue 1, soprattutto la crescita del Reims, cui siamo affezionati per i trascorsi legati alle prime coppe dei campioni; risalito nella maggiore divisione solo un paio d'anni fa, è ora in corsa per le prime piazze, dopo sofferte salvezze; dieci giorni or sono, al glorioso Delaune, lo squadrone di Blanc ha davvero rischiato grosso, acciuffando un pari per i capelli. Sarebbe bello, insomma, rivedere quelle maglie nelle serate europee. Chissà.

CR affranto: è rimasto all'asciutto.
Miguel Torres, scarto del Real, non partecipa alla festa dei suoi
In Spagna due o tre cose notevoli. Il Sevilla ha abbandonato l'ultimo posto battendo il Vallecano, ma all'ultimo respiro e dopo aver sprecato un doppio vantaggio; sicché là in fondo, ma in buona compagnia, c'è ora il Malaga, che però ha fermato il Madrid al Bernabeu. Reti intonse. Beh, si penserà, dev'essere forte questo Malaga. Quante squadre al mondo sarebbero in grado di resistere per novanta e passa minuti in casa del Real? Vero. Perché, allora, con quella difesa di ferro, pressoché imperforabile (tre gol incassati in sei partite), gli andalusi navigano così al largo dalle prime? La risposta è statistica. Sei partite giocate, tre soli rete concesse, ma nessuna messa a tabellino. Nella Liga - torneo funambolico, dove le goleade sono (erano) la normalità - l'astinenza del Malaga è una specie di sciopero della fame. Una protesta contro il calcio dei Cristiano Ronaldo, dei risultati tennistici, dei supercannonieri. Contro il calcio-spettacolo (luogo comune, il calcio è comunque uno spettacolo, non è classificabile in fattispecie). Contro la logica eterna del gioco. Contro il suo scopo. Seguiremo con curiosità le sue prossime esibizioni. Intanto, là in cima, dopo qualche anno e l'umiliazione della caduta in Liga Adelante, si rivede - in perfetta ma temporanea solitudine - il sottomarino giallo ...

In Premier lo 'spettacolo' è offerto dalle controprestazioni del Chelsea. Dopo il primo tempo a St. James' Park, Mou (dice egli medesimo) avrebbe sostituito sei uomini. Urka! Speriamo cambino presto il regolamento, tre soli rimpiazzi a partita sono davvero troppo pochi, bisognerebbe prendere esempio dal basket, dall'hockey, dal volley eccetera eccetera. Dal canto suo, il Newcastle ha forse già prenotato un posto in Championship per la prossima stagione, e non ha intenzione di disdirlo: perciò incassa la rimonta (che matura negli ultimi dieci minuti) e consente ai Blues di salire da sette a otto punti, la metà esatta dello United. Il quale si trova meravigliosamente in testa, approfittando della totale confusione dei Citizens, evidentemente andati in tilt dopo l'esordio e la sconfitta inusitata e riprovevole in CL. Tre sconfitte consecutive. L'ultima, con goleada, a White Hart Lane. Così ora anche l'Arsenal - lunatico e indecifrabile come al solito - può ritenersi pienamente in corsa. E financo il Liverpool. Mah!

L'ispirazione poetica degli ultras
non è migliore di quella calcistica della Benamata
Da noi, chi ha visto le prime cinque partite dell'Inter non può stupirsi di com'è andata la sesta. Fragorosa caduta al Meazza con la Viola, che non ha infierito. Il Napoli pare travolgente, e il lavoro di Sarri si vede bene, ora. Specie da metà campo in su. Ritmo frenetico, pressing asfissiante, e Juve ridotta al silenzio - in un San Paolo semideserto ma che forse, presto, tornerà a riempirsi. E' indubbiamente la squadra del momento. In un campionato così strano, con tante squadre 'rifatte', pare logica la posizione del Toro, squadra che di anno in anno Ventura sembra saper migliorare. Sempre male il Milan, che però e almeno in dieci contro undici a Marassi qualche segnale di vitalità l'ha lanciato, a differenza degli inermi cugini. Una barzelletta la Juve, che Allegri modella e rimodella a ogni partita. Ma non è un artista, e di capolavori 'in proprio' non ne ha mai sfornati; difficilmente gli riuscirà quest'anno.

Mans

Ancien régime

In Ripa Arni


Dicono gli storici che la Rivoluzione Francese abbia posto fine all'Ancien régime, ovvero un sistema di potere basato sul privilegio di pochi (l'aristocrazia) a danno di moltissimi (il popolo) e abbia dato origine al secolo della borghesia. Guardando il post partita, ieri sera, si è avuta la sensazione che nel calcio italiano, e non solo italiano immagino, l'Ancien régime non sia finito e che stiamo tutti aspettando l'alba di una nuova era in cui il privilegio ereditato e non guadagnato lasci finalmente il posto al merito e un sistema di riconoscimenti che si basi su di esso.

Si era giunti alla partita fra Inter e Fiorentina nella generale ignoranza dei meriti viola e nell'esaltazione della squadra milanese (squadra bruttina ma solida, investimenti pesanti, grande acume tattico di Mancini ecc.). Dopo la sonora vittoria della Fiorentina a San Siro i commenti sono stati più o meno dello stesso tono: perché Mancini ha schierato la difesa a tre? Si, ma la Fiorentina ha vinto per degli episodi. Ora, premesso che solo i deboli di mente possono considerare gli episodi come elementi esterni al fenomeno sportivo (i passaggi sbagliati e i falli stupidi li fanno i calciatori mica delle entità soprannaturali piovute sul campo di calcio da Plutone), mi pare evidente che ci sia qualcosa di sporco, appiccicoso e poco bello dietro a questo atteggiamento; una sorta di pregiudizio costruito sul privilegio non meritato appunto. Intendiamoci, la storia dell'Inter è un merito indiscutibile, ma nello sport, se vogliamo che ci sia competizione vera, il passato che conta deve essere, in concreto (denaro dalle tv per intenderci), quello prossimo e non quello remoto. Conta quanto hai fatto sul campo la stagione precedente, non dieci anni prima. Altrimenti il copione si ripete sempre uguale a se stesso. Ieri sera, tutte le trasmissioni sportive si sono affannate a giustificare l'imbarcata subita dall'Inter senza quasi evidenziare che la Fiorentina, dal primo all'ultimo minuto, ha dominato la partita. Ha corso di più, ha mostrato di avere le idee chiare in ogni movimento, ha coperto magistralmente ogni centimetro del campo e non ha lasciato mai la palla all'avversario. Il rigore causato da Handanovic (questo il suo unico errore nella partita a nostro avviso, perché il tiro di Ilicic girava come se lo sloveno avesse calciato con un Super Tele) è certamente un episodio, ma cos'è una manifestazione sportiva se non un insieme di episodi? Un gol in rovesciata, un'azione veloce e perfetta, un autogol ecc. non sono forse episodi? Ieri si è giunti al grottesco accampando anche l'espulsione di Miranda e la conseguente superiorità numerica viola per fornire attenuanti ai nerazzurri senza nemmeno sussurrare che tale "episodio" si è verificato sullo 0-3!

Nikola Kalinic esulta dopo il terzo gol segnato all'Inter
Infine la designazione di Damato. L'arbitro pugliese ha fatto il suo lavoro egregiamente e gliene rendiamo merito, ma era davvero inevitabile designarlo per questa partita?

Veniamo dunque all'evento sportivo e alle vere ragioni, secondo Cibali, del trionfo viola e della brutta sconfitta interista. Fra Inter e Fiorentina non c'è la distanza vista ieri sera, tuttavia una differenza sostanziale fra le due squadre resta: la Fiorentina, che farà fatica a confermarsi fra le prime quattro ahimè, è una squadra. C'è un allenatore bravo e sicuro di sé che ha contagiato l'ambiente e ha costruito un gruppo meno dotato tecnicamente rispetto all'anno scorso, ma compatto e con le idee tremendamente chiare in campo. Questa struttura è evidente sin dall'inizio del campionato. L'Inter, per ora, è un album di figurine. Bellino, ma statico e senza idee. Ieri sera è questo che ha fatto la differenza, non "gli episodi". Mancini è, insieme a Mihajlovic, l'allenatore più sopravvalutato del calcio europeo. La Milano sportiva se ne accorgerà a sue spese. Mettere Perisic sulla fascia destra sperando che possa correre più di Alonso è follia calcistica. Giocare con la difesa a tre più Medel davanti a fare filtro è una resa prima ancora di cominciare, soprattutto se sai che l'avversario giocherà con due centrocampisti centrali più un trequartista, Borja Valero, che corre come Gelindo Bordin dall'inizio alla fine. La Fiorentina ha tagliato in due l'Inter. Le ha tolto il centrocampo. Icardi e Palacio, al ventesimo del primo tempo, erano già sull'orlo di una crisi di nervi. Handanovic, indicato da tutti come il vero responsabile della debacle, ha commesso un solo errore, come dicevamo: il fallo su Kalinic che è costato il rigore con cui la Viola è passata in vantaggio. Sul tiro di Ilicic non poteva fare altro ed è stato anche sfortunato. Il tre a zero è un inno al calcio globale, altro che "episodi", e se Alonso ridicolizza Perisic la colpa non è né di Perisic né del caso, ma di ha messo Perisic a fare il terzino su quella fascia. Stendiamo un velo pietoso sulla scelta di opporre Telles a Kouba sulla fascia opposta. Su Kalinic ci sarebbe molto da dire. Sembra l'ennesima magia di Daniele Pradè, o forse di Paulo Sousa, che sembra colui che l'ha chiesto a gran voce. In ogni caso si tratta di un giocatore formidabile, perfetto per il gioco di Sousa e per far innamorare la gente di Firenze.

Insomma, oggi godono i tifosi viola, come il sottoscritto e ne hanno tutto il diritto, ma non facciamoci illusioni. Non è questa la posizione che compete alla Fiorentina. Personalmente sono molto ottimista su questo campionato a patto di restare uniti e fare quadrato attorno al gruppo nei momenti difficili, che arriveranno. Ci sono squadre decisamente più forti, sulla carta, della Fiorentina e l'Inter è fra queste. La Fiorentina può fare un gran campionato, ma difficilmente arriverà fra la prime tre. Almeno finché non finirà l'Ancien régime.

Cibali

17 settembre 2015

Le lacrime di Albione

Fettine di Coppa: fase a gironi (1° turno)

Il povero Luke Shaw (UTD) al suo ennesimo, grave infortunio
Curioso martedì, nei pub di Manchester. Sciarpe rosse e sciarpe blu che scoloriscono in novanta minuti. Due beffarde sconfitte identiche nel punteggio e nell'andamento, due sconfitte subite in rimonta. Assai più grave quella dello United, anche se esterna, subita dalla squadra che ai Red Devils aveva ceduto il proprio miglior giocatore, il quale aveva peraltro aperto le marcature ed esultato, da buon ex privo di riconoscenza e compassione. Un grande gol. I tre punti lasciati a Eindhoven hanno se non altro - per noi guardoni - un pregio: rendere incerto e interessante il gruppo B. Quanto al City, siamo alle solite. Nella telecronaca esagitata (come sempre) veniva ripetutamente evocato il suo status di pretendente alla conquista della CL; del resto, la campagna di rafforzamento estiva è parsa sontuosa e alquanto costosa: De Bruyne (74 mln, in panca con la Juve, subentrato), Sterling (62.5 mln), Otamendi (44.6 mln, in panca con la Juve, subentrato), Delph (11.5 mln, in tribuna con la Juve). Quasi 200 milioni, ma la solfa in Europa è sempre la medesima, e anzi sempre più stonata. L'anno scorso pareggio interno con la Roma. Quest'anno nemmeno un pari, in un girone abbastanza complesso. Semmai - qualora riuscissero nell'impresa di arrivare terzi - potremmo ipotizzare per gli uomini di Pellegrini un lungo cammino primaverile in Europa League. 

Il mercato sponda UTD è stato meno oneroso: Martial (50 mln), Scheiderlin (35 mln), Depay (27.50 mln), Darmian (18 mln), e l'onusto Schweinsteiger (9 mln) - tolto il secondo, tutti in campo al Philips Stadion; spesa complessivamente bene ammortizzata dalle cessioni di Di Maria e del Chicharito (complessivamente 75 mln). Ne ricaviamo una certezza: le inglesi, con le tasche gonfie grazie ai faraonici introiti commerciali e televisivi, drogano il mercato. Pagano i giocatori somme che arrivano a tre volte il loro effettivo valore tecnico. 

Il rosso sventolato in faccia a Giroud
ha certo complicato la serata dei Gunners
Ieri, poi, anche l'Arsenal ha fatto una bella impresa: è la prima inglese capace di perdere a Zagabria, contro uno di quei club la cui principale occupazione è ormai fare cassa vendendo ogni anno i propri giovani talenti (o presunti tali). Una disfatta albionica senza precedenti è dunque scongiurata dal Chelsea, che si riscalda lo stomaco grazie al brodino servito dal Maccabi (pensavo fosse una squadra di basket) e a qualche rigore-regalo di un generosissimo arbitro tedesco.

All'Etihad la Juve ha mostrato d'essere tutt'altro che perduta nelle incertezze del suo allenatore. Al quale basterebbe non far danni, lasciare che i giocatori giostrino secondo estri e attitudini, cedere ai 'vecchi' la leadership e la conduzione tecnica: continuerebbe a far risultati. C'è gente (anche tra i nuovi) di valore sicuro. Una squadra che potrà fare strada in Europa e rimettersi agevolmente in carreggiata nella competizione domestica - a patto, appunto, che Allegri non pretenda di fare l'architetto. A patto che si limiti alle conferenze stampa. Suppongo che, in società e al netto delle dichiarazioni di facciata, lo sappiano benissimo.

Ottima la Roma, che temendo un cappotto in simil-Bayern ha giocato giudiziosamente, contenuto un bel Barça, punto di tanto in tanto in contropiede. Ha consegnato direttamente alle leggende della coppa un gol inventato da un proprio virgulto. Ha dato un'impressione di solidità, tattica e morale. Dzeko è un valore aggiunto formidabile. Potrebbe davvero aver fatto il salto di qualità.

Dagli altri campi, segnaliamo solo la facile scampagnata dei Colchoneros a Istanbul, dove Poldo non è riuscito a incidere (sostituito per totale inefficacia a venti minuti dalla fine); l'importante gollettino segnato dal non-milanista Witsel al Valencia (a perfezionare una doppietta incredibile dell'incredibile Hulk); e infine, e naturalmente, l'assist di tacco del non-milanista Ibra, che certo gli ha dato più soddisfazione di molti facili gol. Ammettiamolo, dunque: a differenza di altri anni, in questo primo turno della fase a gironi non ci siamo particolarmente annoiati.

Mans

15 settembre 2015

Se tre indizi fanno una prova ...

Cartoline di stagione: 6° turno 2015-16

Se tre indizi fanno una prova, il disastroso inizio di stagione del Chelsea guidato da José Mourinho sembra preludere a un clamoroso fallimento del ritorno a Londra del tecnico portoghese dopo il fracaso madrileno. Terza sconfitta nei primi cinque turni di Premier: 1:3 dall'Everton dopo la sconfitta in casa con il Crystal Palace (1:2) e la botta presa dal City (0:3). Sorprende come la vittoria con il WBA sia stata appesantita da 2 reti subite (3:2) e come anche il debutto a Stamford Bridge sia stato macchiato da altre due reti dello Swansea (2:2). In cinque partite l'assetto tattico di Mourinho ha imbarcato 12 gol. Inusuale per un allenatore che fa della difesa, degli autobus parcheggiati e del non possesso palla una filosofia sbattuta in faccia agli avversari. Stampa e commentatori stanno cercando di analizzare le cause di ciò che sta accadendo: mercato sbagliato, mancati investimenti in giocatori di qualità, repentino invecchiamento di John Terry, infortuni a ripetizione, etc. Tutti elementi che entrano in gioco certamente. Ma è al manico che occorre guardare. L'egotismo di Mourinho logora gli ambienti in cui lavora (l'episodio rivelatore di quest'inizio di stagione è l'epurazione del medico Eva Carneiro) e per lui il terzo anno in un club è davvero problematico: al Chelsea nel 2006-2007 riuscì a vincere solo la FA Cup prima di essere esonerato da Abramovich dopo la prima partita di CL (pareggio con il Rosenborg) del settembre successivo; al Real, durante la terza stagione, vinse ad agosto solo la Supercopa de España 2012; quest'anno, al Chelsea, le premesse per un ennesimo fallimento ci sono tutte. Aleggia nuovamnte sullo Special One il monito del connazionale Béla Guttmann: "Il terzo anno è fatale".


Se tre indizi fanno una prova, la terza brutta partita consecutiva della Juventus in campionato sembra preludere a una stagione fallimentare di Madama. Contro il Chievo l'ha salvata dall'ennesima sconfitta solo un'opinabile valutazione arbitrale sul possibile secondo gol dei Mussi. Per il resto, la confusione è tanta sotto il cielo bianconero. Anche in questo caso stampa e commentatori stanno cercando di analizzare le cause di ciò che sta accadendo: mercato incompiuto, insostituibilità di giocatori di qualità e temperamento come Pirlo, Tevez e Vidal, infortuni a ripetizione, etc. Ma anche in questo caso è forse al manico che occorre guardare. Massimiliano Allegri è un buon allenatore, ma non eccelso: è un istintivo senza paura nelle partite secche, tanto è vero che ha percorsi europei di buon livello e ha vinto da ultimo anche a Pechino una coppetta che la tifoseria sembra aver già dimenticato; ma nei percorsi lunghi del campionato Max si logora progressivamente nei dubbi, tanto che il primo anno di gestione gli risulta brillante ma il secondo più problematico, per non dire del terzo. Contro di lui e contro la Juventus giocano tutte le statistiche: con un avvio del genere, in passato non si è mai vinto lo scudetto. L'obiettivo realistico dovrà essere il secondo posto. Sul terzo sarebbe invece opportuno che il calcio italiano cominciasse a guardare in faccia la realtà: i playoff di CL contro squadre spagnole, inglesi e tedesche sono ormai difficilissimi; il terzo posto in Serie A significa accesso diretto ai gironi di Europa League, e qualcosa di più solo con un colpo di fortuna nel sorteggio.

Se tre indizi fanno una prova, la terza vittoria su tre dell'Inter di Roberto Mancini sembra invece preludere a una stagione positiva per la Beneamata. La squadra non è ancora tale per sincronismi e abitudine a giocare insieme, e non potrebbe essere altrimenti. La memoria corta di tifosi e media non ricorda che quando il Mancio approdò nell'estate del 2004 ad Appiano Gentile fece fuori, in un colpo, Cannavaro, Pandev, Kallon, Farinós, Bréchet, Pinilla, Ümit Davala, Dellafiore, Guly, Zicu, Helveg, Buruk, Almeyda, Lamouchi, Sorondo, Adani, Dalmat, Choutos e Fadiga, tra gli altri; arrivarono in otto: Burdisso, Zé Maria, Mihajlovic (toh! ...), Cambiasso, Verón, Favalli, Davids e Carini. Il Mancio, all'Inter, fa davvero il turn over (o lo spoils system se vogliamo) [vedi]. 12 stagioni fa imperava il regime di Moggi e di Calciopoli e l'Inter fu frenata per un paio di campionati da episodi non limpidissimi (eufemismo): poi prese il volo. Chi parla di scudetto adesso parla a sproposito. Certo, se diamo credito alle statistiche, dal 1974 non lo vince chi perde la prima partita, e dunque sarebbero fuori causa Juventus, Napoli e Milan. Tra le rimanenti è la Roma la naturale favorita ed è su di lei che il Mancio farà la corsa. Per il momento lo confortano, in assenza di gioco, la determinazione dello spirito di squadra, che lotta fino all'ultimo secondo dei tempi di recupero, e i nove punti da solitaria capolista. E' dai tempi di Rafa Benitez - e sono passati già 5 anni ... - che la Beneamata non si trova da sola in testa alla classifica. Quanto durerà? Chi vivrà vedrà.

Azor

12 settembre 2015

Le 'figurine Mancini' e l'armata Brancaleone di Sinisa

Una cosa è certa: mai un derby milanese di Serie A si è giocato così presto. Due soli precedenti, ma sono tardo-settembrini, uno recente (quello risolto dall'inusuale zuccata di Ronaldinho nel 2008) e uno lontano (risolto - nel senso di messo in definitiva parità - da Peppino Meazza: era il 29 settembre 1935). In effetti, il più delle volte, il derby d'andata è stato messo in calendario tra fine ottobre e novembre, tra la sesta e la decima giornata (a occhio). In pieno autunno. Quando la classifica è, se non definita, perlomeno abbozzata. E le squadre assestate. E i rapporti di forza tra le due rivali misurabili.

L'aria del derby si respirava bene, nei pomeriggi dell'infinita vigilia. I bambini andavano al parco con la maglia della propria squadra sopra il maglione, e le partitelle erano più accese e più lunghe del solito. Si scivolava, sui tappeti di foglie già cadute, che talora coprivano strati di fango. Si dormiva poco, il sabato notte. La domenica mattina trascorreva studiando e ristudiando l'album Panini dell'anno precedente (quello nuovo non era ancora uscito). L'emozione era forte, nessuna partita poteva avere più fascino del derby. Nessuna era più temuta. Si accendeva la radio, e si aspettava tremando il collegamento con Enrico Ameri, che avrebbe detto quanti gol le due squadre avevano segnato nel primo tempo. E poi si aspettava (e si temeva) il ritorno della sua voce, che poteva interrompere in qualsiasi momento i radiocronisti al lavoro su altri campi: a malapena distinguibile nel boato dello stadio, Ameri avrebbe detto come il punteggio sarebbe cambiato. E in ogni caso, si attendeva - e si temeva - il lunedì, quando a scuola sarebbe comunque andata in scena l'inevitabile resa dei conti tra compagni di fedi opposte.

Bei ricordi, e certo a ogni anno che passa il clima sembra sempre più lontano da quello. Quest'anno ancora più del solito. Non solo perché, tecnicamente, siamo ancora in estate. Non solo perché i due club non vivono la fase più gloriosa della loro storia. Non solo perché si gioca in notturna, in 'posticipo', come pretendono i lauti contratti con i magnati delle tivù a pagamento. Non solo perché il vero derby in questo week-end va in scena a New York, tra due vecchie ragazze pugliesi che probabilmente saprebbero giocare a pallone meglio dei tanti brocchi che inquinano il roster delle nostre amate cugine. Si potrebbe continuare nel catalogo delle differenze. C'è un soprattutto, però: soprattutto perché è un derby insignificante. Non conta nulla per la classifica (mancheranno 35 partite, con 105 punti in palio), non conta nulla per il prestigio (c'è un'inflazione di derbies, è il terzo in un mese e poco più). Non ci si aspetta un bel gioco. Anzi, tutti si attendono una brutta partita - e così probabilmente sarà. Perché? Perché sono assai probabilmente due pessime squadre. Una, anzi - il Milan - lo è certamente, le sue lacune strutturali sono ben chiare a tutti ma non in società; l'altra - l'Internazionale - non si sa cosa sia, per ora è un progetto di squadra scritto sulla carta da Mancini, che ha finalmente completato il suo album. Dunque vedremo un derby tra le 'figurine Mancini' e un'armata Brancaleone guidata da una bandiera dell'Inter - un serbo che, qualche tempo fa, disse "non allenerò mai il Milan: piuttosto, la fame". Detto fatto. L'unico slavo del Milan è dunque una bandiera dell'Inter, e tra le figurine dell'Inter gli slavi sono in maggioranza. Una collezione di figurine assemblata senza dimenticare nessuno dei paesi che componevano la Jugoslavia. Qualche anno fa sarebbe stato un azzardo impensabile. Chissà ora, se e quanto e come riusciranno ad andare d'accordo, a giocare insieme e di squadra. Certo, sono tutti bravi, sulla carta. Tutti tecnicamente dotati. Qualcuno dotatissimo. Ma il campo spesso dice altre cose.


Sulla carta l'armata Brancaleone di Sinisa è - a detta di tutti - sfavorita. Il luogo comune vuole che il derby sia appannaggio della sfavorita. Sarebbe bello controllare quante volte ciò è realmente accaduto. Pochissime, probabilmente. Ma è uno 'sfavore' teorico - sulla carta, appunto. A occhio, quello dell'Inter è un XI talmente embrionale da risultare facilmente vulnerabile. Quello del Milan talmente stolto da poter risultare persino imprevedibile. Sarà quindi una partita 'ignorante', vincerà la squadra meno debole e ci saranno tanti gol. Anzi, credo che nessuna delle due sarà in grado di sfruttare sino in fondo le debolezze dell'altra, e dunque finirà con un pareggio. Ma con tanti gol. Due a due. Anzi, esageriamo. Tre a tre, con pareggio di Balotelli su punizione al 93°. Così,  giusto per dare ai media l'opportunità di parlare di Mario per motivi più attinenti alla sua (teorica) professione ... 

Mans

1 settembre 2015

Impressioni di settembre

Cartoline di stagione: 5° turno 2015-16


L'aria è tersa, il traffico già piuttosto intenso. I campionati in stand-by, poiché incombono partite decisive per la qualificazioni agli europei di Francia (si comincia giovedì, e si tira dritto fino a lunedì: ma essendo la fase finale a 24 squadre, c'è davvero pochissimo pathos). Il calciomercato è finito - quello della sessione estiva: si può scommettere che da domani o dopodomani, quando i commenti saranno già carta straccia, inizieranno le voci sulla sessione di gennaio 2016 -, e stabilire ora chi si è rafforzato e chi indebolito pare (con poche eccezioni) difficile, un esercizio da indovini o da maghi del fantacalcio.

Swansea, 30 agosto 2015.
Il diabolico Bafetimbi Gomis, che al minuto 66 infila il gol
del 2:1 e mette zavorra nel bagaglio dello United
Vi sono però, in generale, cose che sembrano già chiare e scontate. Per esempio: l'esito della Premier League. Di questo passo e a questa media, il Chelsea concluderà la stagione a 76 punti dal City. D'accordo, è un'esagerazione. Finirà dietro, ma con un distacco meno rilevante. Del resto, lo sfasciacarrozze di Stamford Bridge ha iniziato alla grande il suo lavoro (quello del terzo anno), e ne siamo ragguagliati ogni giorno dalla più autorevole stampa d'Oltremanica. Lui aveva detto che di lì (da Stamford) non si sarebbe mosso mai più, ma altri potrebbero stufarsi di averlo tra i piedi (in fondo non è stato l'unico a portare trofei, nell'epoca moderna dei Blues) e, prima o poi, sfrattarlo. Un altro che potrebbe avere problemi è Van Gaal. In un anno vorticoso, ancora non ha dato equilibrio e continuità allo United. Dalla sua, solo la (facile) qualificazione ai gironi di CL. Sir Alex, forse, farebbe bene a smettere di frequentare Old Trafford. Porta con sé ricordi troppo ingombranti. Intanto, smista agli altri allenatori della Premier i giocatori che l'olandese ha scelto di emarginare [vedi] ...

Vi sono anche situazioni parecchio confuse. La classifica di Serie A sembra scritta al contrario. Ultima la Juve, primi il Chievo e il Sassuolo. Ma sono a referto solo due giornate. Certo, all'Olimpico Nostra Signora è parsa annaspante e regredita, solo i pali e un paio di paratone di Buffon l'hanno tenuta in partita. Come tutti dicono, la rosa (via Pirlo Tevez e Vidal) ha perso qualità e leadership. Ha perso soprattutto qualità. A centrocampo. Tevez si può sostituire (davanti ci sono giocatori importanti), Pirlo no. Uno come lui, nel nostro campionato e se si allena, potrebbe tener botta fino a 50 anni. Gente come lui non ha eredi, è destinata a generare vuoti incolmabili. Allo Stadium se ne faranno una ragione; Allegri punterà su un'organizzazione sempre più muscolare, e il bel gioco dei tempi di Andonio Gonde è già un ricordo lontanissimo. Forse arriverà la nostalgia, quando la corsa al quinto scudetto consecutivo si rivelerà parecchio difficile. Anche lui (Allegri) - come ha già dimostrato a Milano - è uno che a partire dal secondo anno comincia a battere in testa. Le rendite di posizione prima o poi si esauriscono.

In diretta da Malpensa Airport.
Sta atterrando un velivolo su cui viaggiano alcuni
nuovi giocatori dell'Inter!
Interessante questo 2015 dell'Inter. Il Mancio ha fatto e disfatto, come giocasse a Football Manager. Ha cambiato i connotati alla squadra, ha comprato e rivenduto, riscattato e prestato una montagna di giocatori, e al club converrebbe trasferire direttamente gli impianti di allenamento da Appiano Gentile alla Malpensa, in linea d'aria sono solo una trentina di chilometri. Alla ripresa c'è il derby, avevo pronosticato per la Benamata sei punti (tecnomanzia da quattro soldi) e sei nuovi giocatori; ho sbagliato la previsione sui giocatori, sono solo quattro quelli arrivati nell'ultima settimana. Un'altra decina sono stati già e sicuramente prenotati per gennaio, nel caso la stagione non si metta come Mancini desidera (e auspica: che ne sia sicuro non è detto, anzi). 

Il Milan, invece, rimane così: un ristorante senza cucina. Tanti camerieri, qualche cassiere, un buttafuori (De Jong), uno psicologo (Sinisa), un padrone o due, qualche amministratore delegato. Ma lo chef? Lo chef non c'è. I vecchi cuori rossoneri devono solo pregare perché Sinisa si decida a riciclare Montolivo, pensate a cosa ci si può ridurre. Altrimenti, come potrà giocare la squadra s'è già visto a Firenze ma soprattutto con l'Empoli: da salire in cima al terzo anello e buttarsi di sotto. 

Mans

26 agosto 2015

Decostruttivismo rossonero


Lavagna tattica e allenamento asimmetrico
E', in sintesi, la filosofia calcistica del Milan da un paio d'anni; anzi, diciamolo pure, da quando la conduzione tecnica fu affidata ad Allegri, che di ciò tuttavia non era sicuramente consapevole. La squadra pensata (e messa assieme finora) per la stagione appena iniziata sembra un esperimento definitivo di architettura instabile, ageometrica, frammentata e irrazionale. Il club è stato per molti anni all'avanguardia, sotto diversi aspetti. Oggi, per contrastare il declino, prova a rovesciare il tavolo, negando le logiche consolidate del calcio attuale - anche nella sua omologazione post-moderna -, investendo una montagna di quattrini allo scopo di realizzare un'opera oggi indecifrabile, ma domani chissà.


In soldoni, e in termini più chiari. Si guardi la formazione scesa in campo a Firenze. Davanti: due centravanti, due attaccanti intercambiabili, tutti e due bravi e ciascuno abituato a giocare da prima e unica punta, non con funzioni da centravanti-boa, ma entrambi capaci di cercare e trovare la profondità e perciò bisognosi di spazi e di lanci. Fanno in sostanza gli stessi movimenti, e non a caso vanno contemporaneamente e più volte in fuorigioco. Uno dei due sarebbe (teoricamente) inutile, ma è difficile scegliere quale. In mezzo, cioè a centrocampo: dei due interni, uno (Bonaventura) è in realtà un attaccante esterno, da sempre abituato ad agire largo rientrando, rifinendo per l'unica punta o andando alla conclusione. L'altro, Bertolacci, è un tipico incursore, un istintivo, dotato di buon tiro: non un incontrista, non un ragionatore. Sicché il Bonaventura è costretto a giocare sempre palloni in affanno, in zone difficili di campo, pressato da più uomini e perciò costretto a escogitare soluzioni difficili per proseguire l'azione. Lo stesso dicasi per il Bertolacci. Il centrale è De Jong, che può solo supportare in semplicità e interdire, non certamente creare gioco. Totalmente privo di fantasia, incapace di passaggi lunghi o filtranti: un medianaccio old style, che in un reparto a tre annaspa e sbullona. Davanti a questi tre, il cosiddetto trequartista, il noto giapponese Honda, bravo soprattutto nei calci da fermo, discreto negli inserimenti, vigoroso e resistente ma non rapido (fatica a saltare l'uomo e creare la superiorità numerica, fatica molto): anche lui, però, difetta di intelligenza pedatoria e nessuno lo ingaggerebbe come regista avanzato. In più, le cose migliori al Milan le ha fatte vedere da esterno invertito, sulla fascia destra. Poteva rientrare sul sinistro e tirare o crossare, ma l'anno scorso non c'era il centravanti; quest'anno ce ne sono due, ma lo schema è cambiato - di qui la cessione del Faraone, l'emarginazione di Cerci e la maglia da titolare per il giapponese.

Immagine consueta: il comandante saluta la nave che affonda.
Menez se ne infischia

Ha dunque cambiato modulo ma, come l'anno scorso, è una squadra senza sistema, destrutturata, destinata - così com'è - all'improvvisazione (non per caso, nella scorsa stagione le giornate migliori coincidevano con le migliori giornate di Menez, pedatore anarchico e solitario, una specie di Sivori dei nostri tempi: uno che ovviamente fatica a trovare continuità, e poche squadre potrebbero permettersi gli squilibri che la sua presenza genera; ma per questo 'XI' rischia di poter essere ancora un valore aggiunto e non un peso morto), e l'unico schema che ricorre (per necessità, non per scelta) è quello che prevede il passaggio al portiere: serve per provare a far partire (o ripartire) un'azione arenata che a quel punto, inevitabilmente, si ri-arenerà. Persa palla, se gli avversari riescono ad aggirare i bulloni di De Jong, la strada per l'area non ha più posti di blocco. I centrali, senza copertura, sono abbandonati alle scorrerie verticali degli attaccanti avversari. Proprio perciò, occorrerebbe disporre di difensori di ruolo esperti e veloci, rapidi nel trovare la posizione, bravi nell'avanzare in tempo per mettere gli attaccanti in fuorigioco. E' logico, no? Invece l'attuale allenatore del Milan (bravo, senza dubbio) ha scelto due ragazzini, uno dei quali credo alla prima partita in assoluto in Serie A. Giusto, in prospettiva. Ma perché non distribuire meglio la gioventù (e tenersi un centrale difensivo esperto) nelle diverse zone del campo, invece di concentrarla tutta davanti al portone di casa?

Dicono gli autorevoli opinionisti che l'arrivo di Ibra risolverebbe tutti i problemi. Perlomeno quelli relativi all'assenza di una leadership tecnica e carismatica. Illusioni. Per il momento, arriva SuperMario, che se n'era andato al termine di una stagione non eccellente ma nella quale aveva comunque fatto il suo, e il suo (al netto di bizze ed espulsioni) era bastato qua e là per tenere in piedi una baracca più che traballante. Ha solo venticinque anni; ha bisogno di allenarsi duramente, professionalmente. Se vuole fare il calciatore nei prossimi dieci anni, non ha scelta, e qualcuno avrà trovato le parole giuste per convincerlo. Qualcuno avrà trovato, anche e forse, le parole giuste per convincerlo di non essere uno dei due giocatori più forti del mondo, e che anche per essere uno dei cento giocatori più forti del mondo occorre lavorare duramente e quotidianamente. 

Non sarà comunque lui il problema. Il problema sarebbe iniziare a costruire una squadra, non una 'grande squadra' (per quello non vi è alcun presupposto, perché gli uomini disponibili, giudicati singolarmente, nelle loro potenzialità, sono discreti e buoni, ma palesemente incompatibili nell'ottica della costruzione; ma l'ottica è appunto decostruttivista, e dunque se ne capisce il criterio di selezione). E una squadra funziona se funziona il suo reparto di mezzo, quello che cuce e amalgama gli altri reparti. Allo stato, è tra i peggiori della Serie A. Bastava un Baselli, un Cigarini, un Valdifiori. Ma la strategia societaria, ormai incapace di riproporre l'estetica dell'era Sacchi (avanguardistica), dell'era Capello (neo-razionalistica) e dell'era Ancelotti (realistico-visionaria), guarda al futuro. Guarda all'Asia o ad altri mondi che nessuno vede. Guarda a un football diverso, illusionistico, impercettibile. Guarda a un football che football non è, perché non corrisponde a canoni attuali o storicamente definiti. Fototball non è, ma cosa sia è difficile dire. Difficilmente farà tendenza.

Mans

24 agosto 2015

Stecche inattese e assortite broccaggini

Cartoline di stagione: 4° turno 2015-16

Quando i campionati iniziano, di solito accadono cose strane. Servono a illudere che possano esserci cambiamenti, ribaltamenti, inversioni di tendenza. Prendete la Liga. Il circo dei gol, delle partite con risultati tennistici, dei pedatori extraterrestri. Ecco, al netto di Granada-Eibar, che si gioca stasera, otto gol in nove partite. Tirchioni, come da noi negli anni Sessanta e Settanta. Guardate Real e Barça, due macchine infernali che a fine torneo sommano di regola più di duecento timbri: ieri, in due, una sola volta a rete. Messi ha persino ciccato un rigore, il che l'ha depresso anzichenò.

Lo specchio di porta sarà interamente coperto
quando Thibaud Courtois avrà completato la sua distensione
Ma sì, siamo solo alle prime battute. Presto, tutto si rimetterà a posto, anche il Real col nuovo modulo tipico di Benitez (ma dove giocherà James? Intanto, alla prima era in panca; e dove giocherà Kovacic? Ha fatto gli ultimi venti minuti di partita, a Gijon, e ha ricominciato da dove aveva finito all'Inter: misterioso e inconsistente). Siamo alle prime battute dappertutto, e così per esempio anche Chelsea e Bayern hanno faticato a vincere le loro gare esterne, sulla carta facilissime. Ma entrambe si sono trovate all'improvviso in dieci, in situazioni di parità, con un avversario sul dischetto del rigore. Le lunghe leve di Courtois e la mole intimidatoria di Neuer sortiscono però quel che devono sortire, e poi ci pensano i top-player. Sfortuna e ovvia broccaggine impediscono a WBA e Hoffenheim di raccogliere punti. 

Sguardi esterefatti
"Tocca a me distribuire il gioco?
Oh santa Madonna di Campagna!"
Siamo alle prime battute, ma che la Juve potesse steccare il vernissage nella cornice come sempre entusiasta dello Stadium è evento su cui nessuno avrebbe scommesso. Il pre-campionato, del resto, era parso anonimo, e anche la scampagnata in Cina aveva soddisfatto solo quelli che dormono con l'albo d'oro sotto il cuscino. Ieri pomeriggio, all'anzidetto Stadium, l'allenatore ha iniziato a mostrare quelle capacità che gente dominante (in campo e - si presume - nello spogliatoio) come Pirlo, Tevez e persino Vidal avevano abilmente occultato nella scorsa stagione. Come una grande star, ha provato il colpo a effetto, la trovata geniale: Padoin in cabina di regia. Da Pirlo a Padoin il passo è così lungo da non potersi nemmeno misurare; è vero che Marchisio (il 'successore' designato, con caratteristiche dinamiche che ad Allegri piacciono di più) è fuori, che è fuori anche Khedira (come sempre, da un paio d'anni), ma davvero la scelta tattica è di quelle che lasciano prima a bocca aperta, poi a bocca storta. Così, dopo un primo tempo d'attesa friulana e di vano ruminìo bianconero, nel secondo Colantuono libera i suoi: pressing alto e contropiede veloce. Che sia finita solo uno a zero per loro - in quelle condizioni tattiche e tecniche - è persino strano.

Come un aereo che in volo ...
Rodrigo Ely travolge Kalinić 
e si becca il secondo giallo in  mezz'ora
Siamo alle prime battute, ma su certi campi sembrava di essere ancora nella stagione finita da un po'. Al Meazza, per esempio, ma anche al Franchi. Che dire di Inter e Milan? Senza la superiorità numerica negli ultimi venti minuti i bauscia non avrebbero mai trovato la via del gol (c'è voluta una giocata estemporanea e di alta classe del montenegrino), e non hanno palesato miglioramenti di gioco, Kondo è un oggetto abbastanza misterioso, Icardi viene rischiato e perso a inizio partita. I cacciaviti sono parsi indeboliti nel loro punto già debole, e cioè nell'assetto difensivo. Ripetutamente bucati dalle verticalizzazioni dei viola. Inadeguati, insomma. Qualcuno potrebbe spiegare perché Rodrigo Ely - alti e bassi, cartellini gialli e rossi a gogò nell'Avellino, in Serie B - deve giocare titolare quest'anno nel Milan? Per non dire della cosiddetta 'zona nevralgica', il centrocampo, là dove si dovrebbe badare a distruggere preventivamente il gioco altrui (De Jong è in questo uno specialista) ma soprattutto a crearlo: buio assoluto, e nessuna soluzione all'orizzonte. Come Allegri, anche Sinisa ha toppato la prima. Tra due turni, dopo la sosta, ci sarà già il derby. L'Inter ci arriverà (atteso alla seconda dal Carpi, che purtroppo ha già prenotato la parte della squadra-materasso o della banda del buco - luoghi comuni tra cui scegliere) con un'altra mezza dozzina di giocatori in rosa ma presumibilmente a punteggio pieno, e il Milan sarà costretto a vincerlo. Non dovesse farcela, dovrà subito trovare il modo di emergere dalle sabbie mobili, aggrappandosi a qualcuno degli eterni ritorni (e ricordi) cui Galliani non smette mai di pensare.

Mans

17 agosto 2015

Vite da centravanti

Cartoline di stagione: 3° turno 2015-16


Se sei un centravanti e indossi la maglia dei Citizens, è probabile che il tuo compito principale sia giocare a pallone provando a far gol, sfruttando al massimo il tuo potenziale, le tue doti tecniche e atletiche. Se sei un centravanti e hai addosso la casacca del Chelsea, di una cosa devi essere sicuro: ti hanno scelto soprattutto per ingaggiare risse continue con i difensori avversari, perché sei diponibile al wrestling, alla boxe, ai colpi proibiti, a lamentarti continuamente con l'arbitro. 

Il Kun, baricentro basso, prende tutti sul tempo.
Lenti i riflessi di Terry, Matic e Ivanovic
Agüero, ieri sera, è certamente tornato a casa contento, si è divertito parecchio pur divorandosi una mezza dozzina di colossali occasioni da gol; ma ne ha segnato uno, il primo, bellissimo, illusionistico, con la collaborazione attiva di Yaya Touré. Diego Costa, invece, sarà rientrato a Londra furibondo, con qualche livido sul corpo e qualche dubbio in testa. Alla seconda di Premier, il City ha duramente bastonato i detentori del titolo, tre a zero ma potevano essere il doppio e anche più. Gli uomini di Mou sono stati schiantati sul piano del ritmo, dell'intensità di gioco, dell'organizzazione, della 'presenza' in partita. D'altronde, se non viene psico-drogato dal trainer, il Chelsea non ha gioco, e le uniche idee sgorgano dal talento smisurato di Hazard, che è grande ma non è Messi o Maradona e da solo queste partite non le raddrizza. Ora, a Stamford Bridge, la temperatura salirà. Il portoghese scatenerà certamente guerre contro i suoi giocatori (quando perdono è sempre colpa loro), contro gli arbitri, contro i colleghi, contro l'universo mondo pedatorio. Ci sarà da divertirsi.

Nella sua camera d'albergo a Oporto,
ADL si gode con entusiasmo Juventus-Lazio.
A proposito di belle partite. Qualche giorno fa Aurelio De Laurentiis, imprenditore di successo e uomo che non le manda mai a dire, ha polemizzato con il 'povero' Beretta, presidente di Lega. Certo, il bersaglio era soprattutto Lotito (che tiene il Beretta al guinzaglio), ma oggetto dell'aggressione la mancata vendita dei diritti televisivi della Supercoppa italiana "addirittura" in Portogallo [vedi]. Lui era a Oporto, e ha dovuto smanettare per guardarla in streaming. Scherziamo? Chissà che stizza i portoghesi, non potersi godere un simile partitone. Oddio. Semmai, ADL avrebbe dovuto congratularsi con Beretta (anzi, con Lotito) perché la Lega è riuscita a piazzarlo qua e là. Perché è riuscita a fare quattrini vendendo un prodotto tossico, roba da far passar la voglia di calcio anche al più instancabile dei voyeur. La partita di ieri all'Etihad, e naturalmente Barça-Siviglia di supercoppa d'Europa, servono soprattutto a tenere viva la passione del gioco. Il nostro calcio infatti - per la qualità dello spettacolo, per la filosofia del gioco più che per i risultati - si allontana sempre più dall'Europa. Per il legame storico e sentimentale con quel continente, proporrei di affiliare la nostra federazione alla Conmebol, e di qualificare le nostre squadre migliori alla Copa Libertadores de América. Si troverebbero finalmente a loro agio.

Il calciomercato (Deo gratias) è agli sgoccioli. L'ultimo grande colpo - allo stato - è quello messo a segno dall'Inter, che ha ceduto Kovacic al Real per una cifra spropositata (35 milioni o giù di lì). Da quelle parti sono abituati a queste follie, se le possono permettere. Se giocava poco (e male) all'Inter, si può immaginare quanto (non saprei 'come') giocherà questo pseudo-talentuoso croato al Bernabéu. Gli è andata bene. Di solito, il percorso di quelli come lui porta in Turchia, o in un club di seconda/terza fascia della Premier. Ora, aspettiamo di vedere quali altre squadre la Benamata riuscirà a indebolire con colpi di mercato in uscita - sono ancora da piazzare i Ranocchia e i Guarin e i Nagatomo ...

Mans