2 novembre 2013

Gli intrusi

I giocatori del Wolfsburg alzano il Meisterschale nel maggio di quattro anni fa
I campionati continentali maggiori hanno passato il primo quarto di stagione ed è possibile cominciare a tirare qualche considerazione non fondata sull'estemporaneità. Le linee di tendenza sono tracciate, e non sono piacevoli. Commentando gli esiti delle supercoppe agostane avevo preso atto del preoccupante dominio dei super club - che dal 2009 appare drammaticamente irreversibile [vedi] - e che purtroppo l'avvio dei tornei nazionali ha confermato nelle sue linee di fondo. Monsieur de Lapalisse constaterebbe a sua volta l'ovvietà di tale osservazione. C'è però un problema: se la accettiamo possiamo allora anche disinteressarci degli esiti agonistici dei campionati, tanto essi appaiono scontati, ridotti come sono a questione riservata a un paio, massimo tre, club di élite finanziaria. Il modello scozzese si è ormai imposto alle leghe maggiori.

Intendo dire, potremo assistere nei prossimi anni a vittorie come quelle del Valencia (2004 e 2002) o del Deportivo (2000)? Del Wolfsbrug (2009), Stoccarda (2007) o del Werder Brema (2004)? Della Roma (2001) o della Lazio (2000)? Del Montpellier (2012), Lilla (2011), Marsiglia (2010) o Bordeaux (2009)? Dello stesso Arsenal (2002)? Si noti: non sto parlando del Novecento, ma del calcio che abbiamo vissuto nel primo decennio di questo secolo. Il dramma degli anni dieci è che questi scenari sembrano ormai preclusi, tramontati. E, con essi, il fascino delle competizioni nazionali, al di là di quello offerto potenzialmente dalle singole partite. Non è un caso che l'unica competizione seduttiva sia rimasta la Champions League, grazie soprattutto alle eliminazioni dirette da febbraio a maggio.

Il presidente del Montpellier Hérault Sport Club, Louis Nicollin,
festeggia il titolo della Ligue 1 lo scorso anno
Detta in altri termini: è la "classe media" che è entrata in crisi, economica e, conseguentemente, di aspettative. Guardiamo alle classifiche attuali. In Spagna sembrano ormai poter lottare per il titolo solo il Barcellona, l'Atletico e il Real Madrid; in Germania Bayern, Borussia Dortmund e Bayer Leverkusen; in Italia Roma, Napoli e Juventus; in Francia PSG, Monaco e Lille; in Inghilterra Arsenal, Chelsea e Liverpool. Solo per la Premier, la più equilibrata al momento, si possono ipotizzare inserimenti di due altri club, quelli di Manchester, ancora impegnati in laboriosi ricambi manageriali. Si tratta di una quindicina di squadre, che comprendono tutti i superclub per fatturato.

Non resta dunque che sperare negli "intrusi": l'Atletico del Cholo, il Bayer di Sami Hyypiä, la Roma di Garcia, il Lille di René Girard. Se vogliamo concedere qualcosa, anche il Napoli di Rafa Benitez o il Liverpool riportato in alto da Brendan Rodgers. E' questa l'attuale classe media, pur affluente, del calcio europeo, cui appartengono, in altri paesi, club come il Porto, il Benfica, lo Zenith, il Galatasary. I magnati sono invece gli altri, ormai. A un gradino sotto stanno altri club agiati ma non facoltosi: il Tottenham e il Southampton, oppure la Fiorentina, l'Inter e lo stesso Milan. E anche, in altri paesi, realtà come Ajax, Standard Liegi, Anderlecht, CSKA, etc.

Le gerarchie sono sempre più cristallizzate, con margini sempre più esigui per quella "mobilità sociale" che aveva fatto grande il calcio europeo del secondo dopoguerra. La tendenza viene da lontano, dall'affermazione del formato Premier e Champions League, dall'invasione dell'Ultracalcio come la ha bene analizzata, tra gli altri, Pippo Russo [vedi]. Ma dal 2009 - da quando l'allora sconosciuto sceicco Khaldoon Al Mubarak offrì più di 100 milioni a Silvio Berlusconi per l'acquisto di Kakà - si assiste a un'accelerazione drammatica, per molti aspetti, sui quali magari torneremo in un altro momento.

Azor